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 Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora

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Malkav
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MessaggioTitolo: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Mar Dic 23, 2008 3:52 pm

ripropongo Primo capitolo del libro che sto scrivendo...

CAPITOLO 1
Erano quasi le 18:00 di quel mercoledì di novembre, non faceva troppo freddo, ma il cielo era coperto e grigio, la pioggia la faceva da padrona da quasi una settimana. Il sole estivo ormai cominciava ad essere un timido ricordo, molto timido ad essere sincero. Non sembrava neppure di stare a Roma, ma a Londra.
Avevo mal di testa, tutta colpa di quel tempo maledetto. Le strade erano a tratti allagate, sul bordo dei marciapiedi, in discesa, si formavano minuscoli ruscelli.
Ah, se solo avessi avuto una barchetta di carta.
Alcune persone, a testa bassa, affrettavano il passo per arrivare prima a destinazione, altre cercavano riparo sotto i balconi dei palazzi, mormorando a bassa voce qualche imprecazione causata dal classico gocciolone ribelle nell’occhio caduto da un davanzale, altra gente ancora faceva capolino dalle entrate dei negozi commentando <<Sta diluviando, speriamo che smetta presto>>.
Il traffico si faceva sempre più intenso, ormai le automobili erano pressoché ferme, gli automobilisti sempre più stressati. Probabilmente gli unici ad essere contenti di quel tempo erano i venditori ambulanti di ombrelli. Se ne stanno rintanati e poi spuntano fuori da chissà dove non appena appare una nuvola minacciosa nel cielo.
Le odio queste condizioni climatiche, e odio avere mal di testa per causa loro.
Sì, credo proprio che il tutto sia cominciato quel giorno.
Sono un forte sostenitore del “le cose non capitano mai per caso”, cosa ben diversa dal dire “era destino”. Credo che ognuno di noi sia la propria circostanza, questo implica che siamo noi stessi, molto spesso inconsciamente, a far si che gli avvenimenti della nostra vita vadano in un certo modo piuttosto che in un altro.
Si lo so, moltissima gente storce il naso dopo aver ascoltato questa bislacca teoria, magari preferisce liquidare il tutto affermando che è solo un caso, altri preferiscono pensare che sia il buon Dio che ha pronto un piano per ognuno di noi. Questo però contrasterebbe il dono che Dio stesso ci ha dato: il libero arbitrio. Se così fosse, allora, non mi tornano i conti: ci dai il libero arbitrio e poi hai già un piano per ognuno di noi? Mi sentirei il capo degli stronzi se fosse davvero così.
Non vedevo l’ora di tornarmene a casa, avevo bisogno di una cazzo di pasticca analgesica, di stare in un posto asciutto, ma soprattutto, avevo bisogno di un dolcetto e di una sigaretta, stravaccato sul divano.
Avrei messo un po’ di musica, magari uno di quei cd che sembrano fatti apposta per essere ascoltati quando sta piovendo, per cena avrei ordinato qualcosa dal ristorante cinese, e poi avrei atteso trepidante l’arrivo di colei che chiameremo la mia ragazza, un raggio di sole in quella giornata buia di merda. Questo è relax.
Mentre pensavo a tutto questo la mia andatura motoria aumentava, ormai mancava poco. Ancora poche decine di passi e poi avrei posato le mie chiappe sui morbidi cuscini del mio divano, non mi sarei alzato da là per alcuna ragione al mondo, nemmeno per bere, piuttosto, avrei chiamato la vicina urlando come in preda ad una crisi isterica in modo da farla accorrere e poterle quindi chiedere un bicchiere d’acqua.
Pensai < Uhm, accidia, quinto cerchio>>. Ed accennai un sorriso.
Ero praticamente arrivato, mi trovavo davanti l’orfanotrofio che si trova esattamente di fronte il mio palazzo, una grande struttura di nuova costruzione, un giardino da far arrossire l’Eden di Nostro Signore, i muri ancora puliti, senza patetiche scritte d’amore o incomprensibili firme di alcun genere, un alto cancello fatto di lunghe sbarre di ferro verticali terminanti con delle punte relativamente smussate.
Davanti l’entrata una scritta di ottone di discutibile gusto estetico , a caratteri cubitali, recitava “Libero Orfanotrofio delle Santissime Sorelle della Pia Sussistenza”.
<< Santissime Sorelle della Pia Sussistenza, che nome del cazzo>>. Me lo ripetevo ogni qual volta passavo là davanti. Circa 4 o 5 volte al giorno, più o meno.
Di lì a breve il semaforo si sarebbe illuminato di verde, nell’attesa, mi guardavo intorno. Per lo meno aveva smesso di piovere. Ad un tratto sentii una voce infantile alle mie spalle <<Scusi, scusi signore?!>>, mi girai, la voce proveniva dall’enorme giardino dell’orfanotrofio.
Era una bambina, capelli nero corvino, occhioni azzurri, sorriso di quelli che infondono tenerezza e un alone di marmellata ai lati della bocca.
Lei lo aveva avuto il suo dolcetto. Lei.
Brutta cosa l’invidia.
<<Dimmi piccola, cosa c’è?>> dissi. Dondolandosi un po’ con fare smorfioso, ma palesemente innocente, allungò il braccio tra due sbarre del cancello <<Mi può dire che ore sono, per favore?>> chiese gentilmente, mostrandomi un orologio a lancette raffigurante qualche personaggio di dubbia entità femminile, protagonista di chissà quale cartone animato moderno. Forse, visto il posto in cui purtroppo è costretta a vivere, sarà un orologio di Wondersuora. Mi avvicinai al cancello e mi abbassai piegando le ginocchia per arrivare alla sua altezza.
Le rotule scricchiolarono. Maledetta tendinite.
<<Dunque. Vedi? Questa lancetta più corta è quella delle ore, e adesso si trova sopra il numero sei, quindi sono le sei>>. La piccola fece un cenno con la testa. Però! Era una ragazzina sveglia nonostante l’alternativa educazione culturale che di solito impartiscono le suore.
Continuai <<Brava, ora guarda. Quest’altra lancetta più lunga invece è quella dei minuti, e si trova sopra il numero quattro. Questo non significa che sono le sei e quattro minuti, bensì significa che sono passati venti minuti dopo le sei, quindi le sei e venti.>>. Ma che stavo dicendo?! Stavolta il suo sguardo era completamente perso e gli occhi a forma di punto interrogativo.
Sorrisi <<Non hai capito, vero?>> le sue labbra si schiusero di nuovo mostrando un sorriso a trentadue denti <<No>>. Ecco, e ora come glielo spiegavo? Non spettava a me questo compito, era di competenza dei suoi genitori, ma chissà dove sono in questo momento quei bastardi.
Magari tumulati sotto terra a seguito di incidente stradale.
Rimangono quindi le suore, ma probabilmente avranno preferito spiegarle che la terra è piatta e che il sole gira intorno alla terra. Avrei pagato milioni per poter vedere uno di questi bambini rispondere loro <<Eppur si muove>>. Utopia.
In quel momento di totale imbarazzo, la cosa più intelligente che mi venne in mente fu di chiederle la sua età. Altro sorriso <<Così!>> e con la mano fece il gesto del numero cinque, mostrandomi il palmo, anch’esso sporco di marmellata. Allora era una sfida?! Si stava prendendo gioco di me mostrandomi macchie di dolcetti alla marmellata?! Ma no, era solo una bambina in fondo.
Pensai <<se potessi l’adotterei immediatamente, le si legge negli occhi che ha bisogno di stare con gente che le vuole davvero bene, e sono pronto a giocarmi le palle che qui dentro non ci sono persone del genere, ma solo arrivisti>>.
Nel frattempo il semaforo verde si era acceso almeno quattro volte, il mio mal di testa ormai era “formato famiglia” e il mio bisogno di dolcetti aveva toccato picchi storici. Non mi restava che dire alla bambina <<Vedrai, piano piano capirai come si legge l’ora. Sembri una bambina sveglia. Come ti chiami?>> mi aspettavo uno di quei lunghi nomi composti ed improponibili quali Maria Antonietta, oppure Maria Giovanna o, peggio ancora, Maria Addolorata. No, per fortuna nessuno di questi scempi, solo una breve parola di cinque lettere, secca, morbida: Lidia.
<< Io invece mi chiamo Nicolò>> le dissi <<Guarda Lidia, ho una cosina per te>> così dicendo misi la mano destra nella tasta del giubbotto. Gli occhi di Lidia si illuminarono <<Che cosa mi dai?>> tirai fuori dalla tasca un portachiavi in lattice mobido raffigurante il famoso maiale di un cartone animato giapponese degli anni ’80: Yattaman. Visto che l’adozione era impossibile, optai almeno per un regalino. Probabilmente Lidia non era abituata a ricevere doni , lo capii quando la vidi allungare avidamente la mano attraverso le sbarre come farebbe un tossicodipendente in astinenza innanzi ad una dose.
Non appena le consegnai il portachiavi, Lidia iniziò a saltellare dalla gioia, saltellava per un semplice portachiavi a forma di maiale. Un misero e insulso portachiavi con la faccia da porco. Mi domando come avrebbe reagito se le avessi regalato una bambola super accessoriata, con scarpette, vestitini e trucchi.
Sì, mi suscita decisamente tenerezza questa martire. Ma d’altronde è colpa sua, come si è permessa di venire al mondo?! Chissà, forse i genitori, giustamente, per punirla l’hanno gettata in un cassonetto o, spinti da uno slancio di umanità, l’hanno semplicemente abbandonata da qualche parte. Spero che, nonostante l’incidente mortale, l’ambulanza che sarebbe dovuta intervenire per portare soccorso abbia trovato traffico lungo la strada.
<<Allora Lidia?>> le dissi sorridendo <<Ti piace questo portachiavi? Qui ci puoi attaccare, che so, la chiave della tua cameretta, o quando diventerai più grande, le chiavi di casa tua>>. Ma ormai Lidia non mi ascoltava più, era troppo impegnata a vivere un piccolo attimo di fugace spensieratezza, forse il primo sincero della sua vita. Dondolava la testa seguendo il lieve movimento del portachiavi che, lentamente, oscillava da destra a sinistra. Questa è la vera felicità.
Tra l’altro, oltre al traffico intenso, spero che l’ambulanza abbia avuto un problema al motore.
Si era fatto tardi, il mal di testa a questo punto era padrone del mio corpo e la mia carenza da dolcetti era diventata opprimente, dovevo affondare il prima possibile i miei denti in una sostanziosa e abbondante fetta di torta al cioccolato. Ripiena di cioccolato. Pensai <<Eh, golosità. Terzo cerchio>>, stavolta il sorriso truffaldino sul mio volto la diceva lunga. Era tempo di salutare la mia nuova amica e attraversare la strada. Ancora pochi minuti e poi avrei fatto miei tutti e sette i peccati capitali. <<Beh Lidia, ora ti saluto, devo tornare a casa. Ti prometto che tornerò a trovarti, sei contenta?>> sorrisi di nuovo. Ormai avevo quasi una paresi facciale a furia di sorridere. Almeno stavolta non ero costretto a farlo spinto dalle circostanze. Lei mi guardò come per dire <<Portami con te>> e giuro che se ne avessi avuto la possibilità lo avrei fatto, non so perché ma quella bambina l’avrei voluta volentieri come figlia. Le sue uniche parole, però, furono <<Si, si, e quando vieni?>>.
Presto.

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Malkav
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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Mar Dic 23, 2008 4:15 pm

vabbè metto pure il secondo....

2.

Ancora pioggia, mi aspettava una lunga giornata di lavoro. Dovevo offrire nuovamente il mio corpo alle gocce d’acqua piovana. Odio camminare con un ombrello in mano, è più forte di me, è ingombrante.
Avevo dormito poco quella sera, non mi ero sentito bene. Tutta colpa di quella torta al cioccolato ripiena di cioccolata. Inoltre lei non era venuta, all’ultimo momento aveva manifestato dei dolori lancinanti al basso ventre. E con quella sera erano già nove giorni che non la vedevo. Li chiamano impegni e imprevisti. Ma io non pretendevo tanto. Mi sarebbe bastata una carezza, una dolce parola solo per me. Forse pretendevo davvero troppo.
Era molto presto. Avevo sonno e il mio umore era paragonabile a quello di una persona che, senza motivo, prende coscienza del fatto che è rimasto solo.
Inoltre detesto svegliarmi presto la mattina con addosso quella sensazione di stanchezza mista a pigrizia e depressione. E detesto svegliarmi la mattina prima delle dieci.
La mia sveglia suona sempre alle nove.
A fatica sollevai la mia carcassa dal letto, apostrofando Dio con cinofila e pornografica allegoria, senza tralasciare ovviamente qualche “vaffanculo” sparso.
Mi aggiravo per la stanza, cercando di recuperare i vestiti sparsi, con un’espressione facciale degna del miglior zombie del peggior b-movie di stampo horror.
Strusciando i piedi sul pavimento andavo da un lato all’altro della camera raccogliendo il necessario per rendermi presentabile.
I calzini a terra. Impolverati
La maglietta sulla sedia. Sgualcita.
I pantaloni sulla scrivania. Macchiati di cioccolato. Dovevo cambiarli.
Ad un tratto un gorgoglio allo stomaco. Poi un altro. Accelerai i miei movimenti. Giunse il terzo gorgoglio. Avevo fame ma, paradossalmente, avevo anche lo stomaco chiuso, come se una tenaglia mi tenesse in una morsa la pancia. La classica sensazione dell’innamorato che inizia a rendersi conto di non essere più tanto amato.
Cercai di non pensarci. Pensai solo a quello.
Ero pronto per uscire di casa, ma tutto avrei voluto fare quel giorno fuorché lavorare, purtroppo però, come dice sempre mio padre con leggera cadenza d’accento napoletano <<don antò, senza soldi non si cantano messe!>>. E non si paga nemmeno l’affitto a dirla tutta. A cosa mi serve una cazzo di laurea in psicologia se poi devo passare le mie giornate dentro un bieco negozio di videogames? Chissà, magari prima o poi Supermario deciderà di entrare in analisi.
Spensi tutte le luci e mi avviai alla porta. Silenzio, solo qualche rumore di motori e clacson provenienti dalla strada. Allungai la mano verso la maniglia quando la mia attenzione si spostò su di una folata di vento. Impossibile. Avevo chiuso tutte le finestre. Non feci in tempo nemmeno a pensare, che nell’aria aleggiò una voce singhiozzante. <<Nicolò! Nicolò!>>. Il tono era straziante, disperato. Il classico tono di un bambino piccolo che ha perso sua madre. Meglio, di un bambino che si accorge di essersi perso al luna park, di sera, e cerca disperatamente di ritrovare sua madre chiamandola a gran voce, urlando, provando a sopraffare con le sue morbide corde vocali le assordanti musiche delle diverse giostre.
Un brivido freddo solcò le mie spalle e i miei reni. Lo stesso brivido che si prova quando un tuo amico idiota, il nove di gennaio, per scherzare, arriva alle tue spalle e fa scivolare un cubetto di ghiaccio lungo la tua schiena.
<<Ora anche le allucinazioni?!>> Dissi tra me e me <<Pazzesco!>>. Uscii di casa sbattendo la porta.
Camminavo con la testa rivolta leggermente verso il basso. Pioveva. Una novità.
Pensavo a quella voce. Non volevo pensarci.
Iniziai a canticchiare una canzone degli In Flames. Pensavo a quella voce. Non volevo pensarci.
Mentre camminavo intento ad analizzarmi il cervello, costeggiai le mura dell’orfanotrofio. Rallentai allungando leggermente il collo e scrutando all’interno dell’enorme cortile cercando di individuare la mia nuova amica. Il giardino era deserto. Pioveva.
Ripresi la mia andatura e mi recai alla fermata della metropolitana. Nella mia testa riecheggiava ancora quella voce che chiamava <<Nicolò! Nicolò>>. Altro brivido.
Arrivai alla banchina <<CRISTO!>> Pensai tra me e me <<E tutta questa gente da dove esce fuori?!>>. A rischiarare i miei dubbi amletici ci pensò una metallica voce femminile da un altoparlante <<Si avvisano i gentili viaggiatori che a causa di un guasto tecnico sulla linea il servizio è momentaneamente sospeso. Ci scusiamo per il disagio.>>. Scusa un cazzo. Avrei fatto ritardo. A quel punto non avevo molte alternative, dovevo armarmi di santa pazienza ed aspettare che il servizio venisse ripristinato.
Come ero solito fare, iniziai a guardarmi intorno. Mi piace guardare gli sconosciuti, notare le loro espressioni, i loro gesti a volte incondizionati, a volte compulsivi e cercare di capire che tipo di persone potrebbero essere. Deformazione professionale. E poi, mi serviva un espediente per non pensare a quella cazzo di voce.
La prima vittima fu un uomo sulla cinquantina. Ben vestito. Spolverino sicuramente costoso e capelli brizzolati con la riga a destra. La mano destra impugnava una borsa di pelle marrone, costosa anch’essa, l’altra sorreggeva il giornale aperto alla pagina della finanza. Espressione di chi si prendere troppo sul serio.
<<Quello non si farebbe una risata nemmeno sotto tortura>> pensai <<Chissà che vita potrebbe condurre: casa-lavoro/lavoro-casa…una cena di lavoro ogni tanto e un’apparente famiglia felice>>. Soggetto decisamente di mediocre, nonché banale interesse.
Mi rivenne in mente quella voce.
Girai lo sguardo, stavolta era il turno di una trentenne, o presunta tale. A volte la chirurgia estetica e il botulino fanno miracoli. Capelli ricci, occhiali firmati Dior e un paio di enormi anelli tondi del diametro di una mela. Forse ci teneva appollaiati i pappagalli. Al posto delle labbra un canotto rosa. Cercai di individuare eventuali profughi a bordo.
Non sarebbe stata nemmeno troppo sgradevole alla vista se non avesse avuto quella fastidiosa espressione imbronciata stampata sul volto. Un anziano signore, passando, le urtò leggermente il braccio, chiedendo gentilmente scusa. Venne fulminato da uno sguardo che mescolava frustrazione, rancore e maleducazione.
<<Ecco cosa succede quando non si scopa. E questa ne avrebbe davvero bisogno.>> avrei voluto dirglielo in faccia, invece lo pensai solamente. Self control, questo è il segreto.
Pensai di nuovo a quella voce. La cosa iniziava ad essere fastidiosa.
Poi fu la volta di un punkabbestia con un cane al guinzaglio. Con tutta probabilità si chiamava Sballo o Pasticca. Il cane. Del punkabbestia me ne fregava poco.
Successivamente i miei occhi si posarono sul classico coatto che imperversa sulle strade della capitale. Capelli corti, resi lucidi e unti dai chili di gel utilizzati, giacca a vento modello Woolrich con pelliccia sintetica annessa ed orecchino con brillantino.
Osservando i suoi jeans stretti e attillati mi immaginavo il suo pene che, spiaccicato alla patta dei pantaloni, con uno strozzato e timido grido, implorava aiuto ripetendo <<Fammi respirare maledetto, altrimenti stasera non mi tiro su nemmeno con il vento a favore!>>. Cominciai a ridere da solo come un demente. Per un attimo quella voce non era il mio pensiero principale. Ma solo per un piccolo istante.
<<Si avvisano i gentili viaggiatori che a causa di un guasto tecnico sulla linea il servizio è momentaneamente sospeso. Ci scusiamo per il disagio>>. Fanculo.
Era passata già una mezz’ora ed anche lo scrutare la gente era diventato noioso. Non potevo fare altrimenti, però, o mi sarei fissato a pensare alla voce.
La verità è che la cosa mi aveva incuriosito più che spaventato. Alla fine cedetti.
Non era la prima volta che mi capitavano “fenomeni” del genere, ma, fino ad allora la cosa si era limitata solamente a piccoli episodi. Episodi che, volendo, potevano avere mille spiegazioni razionali. Secondo me, però, si potevano contare sulle dita di una mano. Monca.
Finora, la cosa più eclatante che mi era capitata era trovare un’anta dell’armadio aperta nella mia camera. Io le richiudevo, uscivo dalla stanza e, poco dopo, rientrando, le ritrovavo aperte. No, non sono psicotico.
Chissà di chi era quella voce, chissà di che natura era quella voce e, soprattutto, chissà cosa voleva da me quella voce.
<<Si avvisano i gentili viaggiatori che il servizio è stato ripristinato. Vi ringraziamo per la gentile attesa>>. Gentile un cazzo.
Nemmeno un minuto dopo arrivò la metro, dovevo rimandare i miei pensieri.
La noia ormai la faceva da padrona, oltretutto non stavo bene. Bene mentalmente intendo. No, ho detto che non sono psicotico. Solo umano, con bisogni da umano, ed il mio bisogno in quel momento era quello di ricevere un po’ di affetto. Semplicemente un po’ di affetto. Non pretendevo amore.
Arrivai al negozio con oltre un’ora di ritardo. Spiegai con affanno che c’era stato un guasto alla linea della metro e che il servizio era stato sospeso per cinquanta minuti. Per fortuna il direttore fu comprensivo e non mi prese a calci nel culo.
Si limitò ad ammonirmi dicendomi che quando accadono queste cose bisogna organizzarsi per uscire prima di casa ed arrivare, quindi, in orario. Avrei voluto dirgli che, purtroppo, non sono in possesso del dono della chiaroveggenza, e soprattutto che non ho una saggezza immensa quanto la sua da poter prevedere episodi del genere semplicemente consultando i fondi delle tazzine da caffè.
Mi limitai a rispondere con un apatico <<Sarà fatto>>, presi posto davanti la mia postazione e mandai un sms alla mia ragazza. Magari i dolori al basso ventre erano passati e avrebbe avuto piacere a stare con me. Magari.
Passarono due ore, quarantadue minuti e una manciata di secondi. Il mio cellulare trillò. Mi fiondai a leggerne il contenuto come un assetato farebbe con un bicchiere d’acqua. La mia mano tremava in preda all’emozione per quello che avrei potuto leggere. Il cuore batteva forte. Rasentai la tachicardia.
Misi un dito sul display in modo da scorrere lentamente lettera per lettera con la stessa lentezza e cura con cui un giocatore di poker farebbe con le sue carte. Una mano vincente, questo desideravo. Trattenni il respiro. Lessi.
<<No, stas mi vedo cn Simona e Paola. Mi disp però ho promesso ke uscivo cn loro. In caso ci sentiamo dp, ok?!>> Non sopporto il linguaggio abbreviato da sms, soprattutto in un messaggio con quel contenuto. Dopo una notizia del genere, finalmente, avevo una seria ragione per stare male.
Era chiaro che non mi amava più, aveva solo paura di dirmelo, oppure stava cercando un modo carino e delicato per farlo. Oppure, cosa più plausibile, era solamente una grandissima stronza. Optai per la seconda ipotesi.
Mi alzai, andai dal direttore del negozio fingendo un malore e me ne tornai a casa. Pioveva. Non avere un ombrello fu estremamente utile: le mie lacrime sarebbero state scambiate per gocce di pioggia.
E vaffanculo.

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Rowena Riddle

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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Dom Dic 28, 2008 7:40 pm

slurp
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Malkav
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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Mar Dic 30, 2008 9:38 pm

l'unica che ha lasciato un'impronta su sto topic... No

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Ste

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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Dom Gen 04, 2009 8:08 pm

Non ti preoccupare, è solo che non ho ancora avuto un momento tranquillo per leggerlo come si deve e anche quello di Rowena, ma vedrete che quando riprenderò a lavorare in ufficio non mancherò.
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laRoss

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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Dom Gen 04, 2009 8:22 pm

anche aurora non l'ha letto...altrimenti non avrebbe scritto "slurp"!
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Malkav
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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Mar Gen 06, 2009 4:06 am

l'ha letto l'ha letto...per questo ha scritto slurp

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yuki

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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Mar Gen 06, 2009 12:52 pm

anch'io lo leggerò malk....un giorno...
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inaho

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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Mar Gen 06, 2009 2:45 pm

io l'ho letto...e dico anch'io slurp lol!
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Ste

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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Ven Gen 09, 2009 11:15 pm

Eccomi, letto! Molto interessante, ma senti mo quanto mi fai aspettare per il 3° capitolo?

Mi piace, la prima persona in genere non mi piace molto, ma qui dopo un po' si riesce a entrare! Good!

Ah... il tuo protagonista è zeppo di pregiudizi sulla chiesa... mi ricorda qualcuno.
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Ste

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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Ven Gen 09, 2009 11:16 pm

Ma.. si può dire "personaggio di dubbia entità femminile" ?
mi sembra che non abbia senso, ma probabilmente sono io che sono ignorante...
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Malkav
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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Sab Gen 10, 2009 5:32 pm

credo che si possa dire
e se non si può dire....bè hanno pubblicato un libro a ligabue...quindi io posso dire "personaggio di dubbia entità femminile" Twisted Evil

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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Sab Gen 10, 2009 5:39 pm

Malkav ha scritto:
credo che si possa dire
e se non si può dire....bè hanno pubblicato un libro a ligabue...

ah no beh allora si..

certenotti quiiiviii
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laRoss

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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Sab Gen 10, 2009 11:57 pm

a me non piace



(non me menà)
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Malkav
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MessaggioTitolo: Re: Il mio libro...il titolo devo deciderlo ancora   Dom Gen 11, 2009 12:16 pm

laRoss ha scritto:
a me non piace



(non me menà)

e xkè te devo menà scusa?? Suspect i gusti so gusti.... poi te hai pure detto che non leggi mai quindi (o leggi poco oppure non eri te boh)... anche xkè questo è cmq un genere particolare, o ti piace oppure no, le vie di mezzo non ci sono, proprio per la particolarità della struttura e della stesura! non è il classico stile romanzesco "canonico" è quello che viene chiamato post moderno tipo appunto palanihuk, de lillo, y.b., bukowski...poi vabbè l'ho nuovamente ritoccato, messoi tutto al tempo presente e rinfrescato ora scorre decismente meglio! e se non te piace vattttanaafffanculo lol! lol!

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